12/09/2019 15:19

Sarebbe nata a causa di un giuramento di fedeltà preteso da un marito nei riguardi della moglie e filmato con un cellulare, la lite tra cittadini di etnia rom culminata il 19 giugno 2018 nell’inseguimento tra auto nel quale rimase coinvolto il 21enne Duccio Dini, travolto e ucciso da una delle vetture mentre era fermo al semaforo col suo scooter. È quanto emerso dalla testimonianza resa da Bajram Rufat, destinatario della spedizione punitiva, sentito oggi nel corso del processo per la morte di Dini. Bajram Rufat ha raccontato di aver preteso dalla moglie, assentatasi da casa per due anni a causa di dissapori con lui, un giuramento di fedeltà, e di averlo filmato col telefono. Il gesto di aver registrato il giuramento, ha raccontato sempre Bajram Rufat, avrebbe irritato il padre e i fratelli della donna, che per questo l’avrebbero riportata nella loro casa, a Firenze nel campo nomadi del Poderaccio, e poi mandata da alcuni parenti in Belgio. Successivamente, due giorni prima che avvenisse l’inseguimento, Bajram Rufat avrebbe colpito e fatto cadere a terra il suocero, Remzi Mustafa, all’interno del campo nomadi, dopo che lui ancora irritato per la registrazione del giuramento aveva cercato di colpirlo con un pugno al volto. Il gesto di Bajram Rufat avrebbe indotto il suocero e i familiari a organizzare la spedizione punitiva. Gli imputati nel processo per la morte di Duccio Dini sono sette, tra cui Remzi Mustafa e il figlio Antonio Mustafa, tutti accusati di omicidio volontario con dopo eventuale.

Intanto oggi è stato ufficialmente estromessa dal processo, nel quale voleva costituirsi parte civile, l’associazione che porta il nome di Duccio e creata dagli amici del ragazzo: è stato infatti confermato che non può essere ammessa al processo una realtà che è nata dopo il reato contestato