“Abbiamo vissuto una minima parte di quello che i ragazzi libanesi sono abituati a vivere quotidianamente”. Mi chiamo Paolo Poggianti, sono un giornalista fiorentino della redazione di Radio Toscana. Da giovedì 26 febbraio al 3 marzo mi trovavo a Beirut con un gruppo di 14 ragazzi dell’Opera per la gioventù Giorgio La Pira tra cui don Filippo Meli, responsabile della pastorale giovanile della Diocesi di Firenze.
La “missione” dell’Opera, sulle orme di La Pira
L’Opera La Pira è una realtà toscana impegnata da anni nel dialogo tra le varie sponde del Mediterraneo. Nel corso degli anni abbiamo intessuto rapporti anche con diversi giovani libanesi che hanno partecipato al Campo internazionale al Villaggio La Vela, a Castiglione della Pescaia (GR). E insieme a loro i rappresentanti delle varie chiese libanesi nel Consiglio dei Giovani del Mediterraneo. Un organo nato nel 2023 come opera segno del Convegno dei Vescovi del Mediterraneo. Ne fanno parte giovani designati dalle Conferenze Episcopali e dai Patriarcati di 20 Paesi. Promosso dalla Chiesa Italiana e coordinato dalla Rete “Mare Nostrum”, composta dal Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, dalla Fondazione Giorgio La Pira, dalla Fondazione Giovanni Paolo II e proprio dall’Opera per la Gioventù Giorgio La Pira ODV. A loro la Conferenza Episcopale Italiana ha affidato la realizzazione del progetto.
Il viaggio-pellegrinaggio in Libano
Insieme ai miei tredici compagni di viaggio siamo stati ospiti del convento francescano di Saint Joseph della Custodia di Terra Santa che si trova nel quartiere di Gemmayzeh, nella parte nord più vicina al porto di Beirut, a circa cinque chilometri dai quartieri meridionali colpiti dai bombardamenti israeliani. Nel corso del nostro soggiorno si è riacutizzata la guerra, poiché in Libano gli scontri non si sono mai veramente placati. Durante la nostra permanenza abbiamo frequentato i nostri amici, ragazze e ragazzi libanesi. Uno di loro, lunedì mattina, è venuto a fare colazione con noi dopo che la notte c’era stato un bombardamento. Era appena stato in palestra e da lì a poco sarebbe andato a lavorare. Per i libanesi purtroppo, oramai, si tratta di quotidianità. Quello che colpisce di questo popolo è lo spirito di resistenza. Non si piangono addosso, cercano di vivere, di studiare, di lavorare, di costruire relazioni nonostante tutto.
Dei giorni, passati a distanza ravvicinata con il conflitto ciò che ci ha colpito di più sono i rumori e i boati in lontananza che, soprattutto lunedì dalla notte, si sono protratti poi per tutto il giorno. L’ultima giornata a Beirut è stata accompagnata dalla presenza dei droni israeliani a pattugliare i cieli della città. È un rumore che i libanesi conoscono bene. Per noi è diverso: è un suono che ti fa alzare lo sguardo, che ti tiene in allerta continua. È una sensazione nuova, difficile da ignorare. Intanto dal sud del Libano e dalla valle della Bekaa continuano ad arrivare sfollati. Diversi villaggi hanno ricevuto ordine di evacuazione dalle forze israeliane. Abbiamo visto tante persone che hanno lasciato le loro case in cerca di un posto sicuro.
L’aeroporto di Beirut è sempre rimasto operativo. Non è mai stato chiuso. Chiaramente i voli per i paesi del Golfo, quali Emirati Arabi, Qatar, Oman erano cancellati, ma noi non abbiamo avuto ripercussioni dirette, se non l’incertezza e la paura. Il percorso più a rischio era proprio quello per raggiungere l’aeroporto, in una zona della città meno sicura, ma anche quello si è svolto senza intoppi. Siamo arrivati all’aeroporto alle 3.30 di martedì mattina, la console italiana ci aveva dato alcune indicazioni per seguire la strada più sicura. Ci siamo sempre coordinati con lei per rimanere il più possibile al sicuro, per cui non abbiamo vissuto alcun tipo di pericolo diretto. Il decollo è avvenuto regolarmente alle 7.20, orario di Beirut, e mentre l’aereo decollava ci siamo lasciati alle spalle l’immagine della città bombardata. Potevamo vedere chiaramente cosa stava succedendo e che fino a quel momento era stato solo rumore in lontananza: alte nubi nere si levavano da alcuni quartieri colpiti dai bombardamenti. Il Libano da oltre dieci anni vive una crisi quasi ininterrotta: dall’inflazione e dal collasso del sistema bancario alle rivolte popolari, dall’esplosione del porto di Beirut nel 2020 alla pandemia, fino alle tensioni regionali che ciclicamente riemergono. Beirut è una città meravigliosa e viva, nonostante tutto ciò che i libanesi da anni sopportano. Ci è rimasta nel cuore.
L’incontro col vescovo di Beirut
La delegazione ha avuto modo di incontrare mons. César Essayan, Vicario apostolico di Beirut, vescovo della Chiesa latina del Libano, nella sede del vicariato apostolico.
“Dopo un po’ di pace, e dopo la visita del Papa che è stata una bellissima cosa, perché ha ridato tanta fiducia e tanta speranza alla gente, siamo ripiombati nel clima della guerra. Stiamo rivivendo questo incubo che per noi – spiega mons. Essayan – dall’inizio della guerra civile in Libano nel 1975 ad oggi, è continuo e fa vivere il popolo libanese sotto un’oppressione che rende la vita della popolazione sempre più difficile.
Lo scoppio della guerra: il racconto
“Siamo in attesa dell’evolversi della situazione, ma al momento siamo al sicuro, siamo in contatto con le autorità italiane e con la console: ci è stato raccomandato di restare qui fino a che non ci dovremo spostare verso l’aeroporto domani”. Lo dice da Beirut Paolo Poggianti, giornalista di Radio Toscana che è in Medio Oriente in queste ore al seguito di una missione dell’associazione fiorentina Opera per la Gioventù Giorgio La Pira.
“Siamo a Beirut con un gruppo di 14 ragazzi dell’Opera per la gioventù Giorgio La Pira insieme a don Filippo Meli, responsabile della pastorale giovanile della Diocesi di Firenze – spiega Poggianti -. Nel corso degli anni abbiamo intessuto rapporti con diversi giovani libanesi che recentemente hanno partecipato a un campo internazionale al Villaggio La Vela a Castiglione della Pescaia (Grosseto). Siamo ospiti del monastero di Saint Joseph della Custodia di Terra Santa, dove siamo stati in questi giorni. Dovremmo ripartire domani mattina dall’aeroporto di Beirut con un volo per Roma”.
“Per il momento risulta confermato – conclude Poggianti – così come è confermata l’operatività dell’aeroporto che è a sud e quindi dovremo attraversare delle zone più pericolose della città”.
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