21/05/2020 15:30

Chi soffre di malattie autoimmuni sistemiche, come il Lupus Eritematoso Sistemico, non sembra correre un rischio più elevato di contrarre il virus SARS-CoV-2 rispetto al resto della popolazione. Lo suggerisce lo studio firmato dai ricercatori dell’Università di Firenze, pubblicato sulla rivista scientifica Autoimmunity Reviews, che ha preso in considerazione un nutrito gruppo di pazienti toscani. Lo studio è stato condotto dal team coordinato da Domenico Prisco, nell’ambito del Centro dedicato alle patologie autoimmuni sistemiche dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi, e ha coinvolto i ricercatori dei Dipartimenti di Medicina sperimentale e clinica, di Scienze biomediche, sperimentali e cliniche e di Neuroscienze, psicologia, area del farmaco e salute del bambino dell’Ateneo fiorentino. Nella prima metà di aprile, i ricercatori hanno contattato telefonicamente 458 soggetti affetti da malattie autoimmuni sistemiche, residenti in Toscana, per confrontare su tale campione la presenza di pazienti con infezione da SARS-CoV-2, diagnosticata mediante tampone naso-faringeo, rispetto a quella rilevata nella popolazione generale residente in Toscana. “Un’evidenza emersa – prosegue Domenico Prisco -, è che nei pazienti con difese immunitarie abbassate, situazione questa collegata al controllo della patologia autoimmune sistemica, non abbiamo verificato manifestazioni compatibili con l’infezione da SARS-CoV-2. Pur non avendo ancora conferma dell’efficacia protettiva delle terapie immunosoppressive – conclude Prisco – i nostri risultati sembrano intanto suggerire che, in caso di contagio da SARS-CoV-2, non vi sia necessità di interrompere le terapie in corso per le patologie sistemiche autoimmuni in atto”.

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